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Universal Design e Universal Communication

Prefazione
Ileana Argentin

a cura di:
Tommaso Empler
Michela Chiofi
Ramona Sorce
Silvana Tattilo Sorce

Tu non sei come me: tu sei diverso
Ma non sentirti perso
Anch’io sono diverso, siamo in due
Se metto le mie mani con le tue
Certe cose so fare io, ed altre tu
E messi insieme sappiamo far di più
Tu non sei come me: son fortunato
Davvero ti son grato
Perché non siamo uguali:
Vuol dire che tutt’e due siamo speciali

La diversità è la differenza totale o parziale fra gli uomini. Ogni individuo è diverso dall’altro per usi, costumi, tradizioni, idee, stato sociale, razza, caratteristiche fisiche e personalità. Tutta la storia della vita sulla Terra ci insegna che la “diversità” è un valore fondamentale. La ricchezza della vita, infatti, è dovuta alla sua diversità: diversità di enzimi, di cellule, di piante, di organismi, di animali.

Anche per la storia delle idee è stato così. La diversità delle culture, delle filosofie, dei modelli, delle strategie e delle invenzioni ha permesso la nascita e lo sviluppo delle varie civiltà: i popoli sumeri ed egizi, in un processo che è durato migliaia di anni, misero le basi per la nascita della scrittura perché, diversamente da altri, pensarono che la parola semplicemente trasmessa a voce non bastava più mentre dei segni scritti e visibili a tutti sarebbero stati molto utili per ragioni di amministrazione, contabilità e commercio. Internet nacque negli anni ‘60 negli Stati Uniti, quando il Dipartimento della Difesa decise di collegare le varie università, che si occupavano di progetti militari, attraverso linee di telecomunicazione ad alta velocità.

L’obiettivo che ci si proponeva era che, in caso di un attacco nucleare, qualora fosse stato distrutto un computer, non si sarebbe persa nessuna informazione, in quanto tutto era stato copiato in un’altra posizione. Questi esempi per dire che ogni invenzione, idea nuova, innovazione che ci possa venire in mente è nata e si è sviluppata grazie a persone o gruppi di persone che la pensavano diversamente da chi è venuto prima di loro.

Dobbiamo accogliere la diversità perché, oltre le differenze oggettive, tutti gli uomini sono uguali, tutti nascono nello stesso modo e con lo stesso universale diritto: il diritto alla vita.

“Se riconosci la divisione, trovi l’unità; spezzando la diversità moltiplichi la divisione”. Questo per dire che la diversità esiste ma le differenze le creiamo noi, nel nostro piccolo. Lo “straniero” che proviene da una diversa parte del mondo, viene trattato come uno straniero nella “nostra” parte di mondo; il “disabile” che ha abilità diverse dalle nostre, viene trattato come persona che ha solo difficoltà e non qualità.

Dividendo il mondo e chi lo abita per categorie, creiamo delle differenze che non potremo mai scavalcare, ma è bene ricordare che siamo noi a fabbricarle con i nostri stessi pensieri ed atteggiamenti; se nelle diversità normali e naturali tra le persone proviamo a trovare non solo l’unità, ma la possibilità di crescere e scoprire qualcosa di bello e inaspettato che non conoscevamo prima, allora la diversità può diventare la fonte di ricchezza più stupefacente del mondo.

Integrare e accogliere l’uomo o la donna diversa da noi per colore della pelle, per lingua o per possibilità fisiche e mentali non vuol dire solo dare a loro un “nome” migliore: “diversamente abile” piuttosto che “handicappato”; “rom” piuttosto che “zingaro”; “tossicodipendente” piuttosto che “drogato”. Al nome che “suona meglio” bisogna accompagnare dei pensieri e di conseguenza degli atteggiamenti che non dividono me da loro e loro da noi.

A questo proposito:

- Ti ho mai parlato di quel mio amico disabile?

• No. E comunque oggi si dice “diversamente abile”. Sai, il politically correct e tutte quelle cavolate lì.

- Ah, si. Io però non l’ho mai capita questa storia. Credo sia più importante come tratti una persona piuttosto di come la definisci.

• Appunto.

- O come la consideri o anche solo il modo in cui dici disabile o handicappato. Il tono che usi.

• Se dico “quello stronzo di un diversamente abile”, sai cosa se ne fa del politically

correct…

- E poi mi piacerebbe scoprire chi è il genio che si è alzato una mattina e ha partorito

questa definizione”.

• Perché? Cosa ci trovi di sbagliato? Oltre al fatto che è inutile, dico, perché su quello direi che siamo d’accordo.

- Pensaci, bene. Qual è il significato del politically correct? A cosa serve?

• Be’, a non discriminare chi appartiene alle cosiddette minoranze. A considerarci tutti uguali oltre a evitare di utilizzare termini offensivi.

- Esatto. E come annulli le diversità? Usando l’avverbio “diversamente”??? Non ti

sembra una grande cavolata?

• Effettivamente.

- Pensaci bene. È come se chiamassi un uomo di colore “diversamente colorato”. Secondo te questo lo farebbe sentire più o meno uguale agli altri? Posto che gli interessi qualcosa di questa definizione ovviamente.

• Hai ragione. E credo si potrebbe continuare. Chiamare un extracomunitario “diversamente civilizzato” o un omosessuale “diversamente amato”.

- Vedo che hai capito. Per cercare la massima integrazione la esasperano fino a usare termini ancora più discriminatori senza neanche rendersene conto.

La diversità tra le persone, la disabilità nello specifico non è un male da eliminare e nemmeno qualcosa di amaro da addolcire; è piuttosto la realtà che viviamo tutti i giorni della nostra vita. Arrendiamoci a questo dato di fatto e facciamo un passo più in la: guardiamo altrove, non abbassiamo facilmente lo sguardo, chiediamo all’altro diverso da noi da dove viene, ascoltiamo la sua storia, non ci facciamo dividere dalla diversità che c’è tra me e lui, ma rendiamola ricchezza per entrambi, capiamo che possiamo imparare da lui, da quello che sa fare e che noi non sappiamo

fare. Vediamolo cosi il mondo: un grande spazio comune che è così vasto perché è composto da tanti spazi più piccoli. Vediamole cosi le persone diverse che vivono nel mondo: semplicemente persone.

Ho sognato che gli uomini un giorno si alzeranno e capiranno finalmente che sono fatti per vivere insieme come fratelli (“I have a dream”, Martin Luther King)